POESIA DA TUTTI I CIELI quinta edizione

Nell’impaginare, abbiamo cercato di imprimere a questa silloge l’aspetto editoriale che Amerigo Iannacone aveva dato alle precedenti, sia perché era di nostro pieno gradimento, e sia perché ci è caro tutto ciò che egli ha espresso con la sua attività in favore della nostra iniziativa, le belle lettere, l’Esperanto, la civiltà. Lui, primo Cavaliere di Sicilia, ben simboleggia e l’Esperanto e l’indomabile spirito libero dell’uomo.

Eravamo come l’erba calpestata, che ha bisogno di restare distesa a terra, tutta assorta nell’appresa misura della sua debolezza. Come i fili d’erba, provammo a tirarci su in comune sforzo, travagliati da pensieri difficili da afferrare, lucidi in un lampo e subito soffocati dalla nebbia. Siamo qua, non sappiamo se per ostinazione o forza, ma sicuri che gli amici avvicinatisi a noi sempre con più affezione, del tutto ricambiata e grandemente apprezzata, certamente sono di ristoro a quella parte di noi che resta trepidante.

Quello che non ci piace dei concorsi è che la maggioranza dei parteci­panti deve, per forza di cose, restare delusa. Molti di essi sono bravi poeti e non ce lo perdoneranno, giustamente certi di aver subito un’ingiustizia. Ma, cari amici, non è possibile fare una graduatoria in qualche modo oggettiva. Ce ne rammarichiamo. E questo rammarico lo hanno tutti gli organizzatori di concorsi letterari, tanto che, per ciò in­quieti, alcuni di essi danno un attestato di partecipazione per consolare gli esclusi. Noi siamo contrari a far questa elargizione che non riconosce nessun merito, ma certifica l’esito sfavorevole della partecipazione. Si tratta, dunque, di una patente di sconfitta. Non meritano questo i poeti, nemmeno chi non sappia ancora distinguere un verso da un rigo.

Chi scrive, qualunque sia il frutto, fa un’operazione importante: medita, esercita l’introspezione, scruta le proprie emozioni, affina la sua sensibilità, interpreta il mondo, ricerca significati e senso del vivere. A qualunque gradino sia ancora la sua esplorazione della psiche e a qualsiasi livello sia la sua capacità di espressione egli è un poeta a causa del suo atteggiamento mentale, per l’impulso pur oscuro dell’anima che cerca luce.

Essi, i poeti, aiutano ad elevare il livello coscienziale della società, della cui salute si sentono responsabili e della cui evoluzione sono stati e saranno ancora i primi artefici, confraternita innocua ed efficacemente benefica.

Ma c’è un ordine di silenziosi poeti, i poeti dell’azione, che, invece di cercare rime, provano concrete strategie per armonizzare il mondo.

E secondo noi gli uni e gli altri devono prendere atto della loro reci­proca complementarietà e, nell’interesse generale, intendersi e far soda­lizio, realizzare un’unica appartenenza. Un poeta, un vegano e un espe­rantista incarnano tre aspetti della stessa volontà di evoluzione. Essi, tut­ti, esplicano costantemente atti altamente pacifici quanto rivoluzionari, necessari alla razionale convivenza che è l’unica alternativa al completo annichilimento di millenari sforzi per elevarci e perciò sicuramente de­stinata alla vittoria. Non c’è spazio qui per approfondire ciò, ma è un argomento che non abbandoneremo e anzi chiederemo aiuto per analiz­zarlo sotto le più diverse angolazioni. Esso è più complesso di quanto appaia e, visto nella sua giusta luce, molto confortevole e generatore di risorse e di fiducia.

Il disegno di una umanità degradata, priva di verve e volontà, rassegnata e misera, è una rappresentazione perversamente indotta, ma che trova capillare reazione in un contrattacco segreto dilagante e potente che nessuno potrà arrestare. Malgrado ogni resistenza e nonostante l’incipiente catastrofe ambientale e sociale, l’evoluzione è alle porte, anche per una controspinta naturale. Coraggio!

Giuseppe Campolo

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