SEGRETE CORDE di Argentina Maria Scardamaglia

Argentina Maria Scardamaglia è alla sua terza esperienza editoriale.
“Segrete Corde” è titolo che fa pensare a prolungate meditazioni, a elaborazioni su più livelli.
Pare che questa ricerca, nell’intimo, di vibrazioni e armonie abbia portato a una sorta di manicheismo letterario. Mentre la silloge precedente “Una Coppa Rovesciata” conteneva sei sezioni, titolate con riferimento alle occasioni del poetare, questo nuovo libro ha due sole distinte parti, come se tutti i sentimenti e azioni umane si potessero compendiare in due contenitori, all’interno dei quali gli elementi vitali si atteggiano in teatrali sfumature.
“Eros” e “Maleros”. Sembra una semplificazione, ma è estrema lucidità. Non sono soltanto il bene e il male, né l’amore e il disamore.
Eros è qui una infinita scala verticale di categorie spirituali, morali, emotive e sensoriali; ed è anche un paesaggio orizzontale di relazioni personali e implicazioni sociali.
Maleros non è Tanatos. Non è affatto l’istinto di morte; non è l’Avversario: è sempre Eros, ma malato, che ha male, che produce male. Non il Male. Valeva la pena, anzi era necessario creare questo neologismo.
L’Autrice sperimenta, nelle modalità più varie, un continuo assalto alla sostanza dell’essere: gioca con l’inconscio o ne è soggiogata, forse ne cerca i varchi, forse li trova; o è l’inconscio che esplode e si accampa. Tendiamo a supporre che l’una e l’altra delle modalità coesistano e cooperino. Ci sono luoghi, in questi versi, in cui tale sconvolgimento ci pare evidente e rivelatore.
Alle due sezioni, dunque, corrispondono due facce, due atteggiamenti mentali, due movenze dell’esistere: Argentina e Maria. Argentina, infatti, firma una sorta di prologo in versi alla sezione “Eros” con il non casuale primo verso: “Si può giocare con le parole?”; Maria un’altra, e di tutt’altri toni, alla “Maleros” con il non meno indicativo: “Solo un cuore d’inchiostro, ero io”. Della prima sezione del libro prendiamo a campione l’espressione “Dentro e fuori di metafora”; della seconda “Si ammainano le parole”. Sono comunque melodie vibrate e misurate dalla grazia; gusto che permea tutta la silloge, anche quando Ella si sofferma, con il forzato coraggio di colui che decide di comparire alla ribalta violando il sipario, su episodi onanistici o di esplicita carnalità.
Per questo libro, di rilevante complessità psicologica e preziosità stilistiche, le ascendenze letterarie, oltre a qualche ostentata reminiscenza di Lorca e al riecheggiare giocoso del Primo Comandamento cristiano, non sono facili da rintracciare; ma zampino ci hanno messo i simbolisti, gli ermetici e i vari sperimentatori dell’essenzialità della parola poetica, in un “parlare secondo figure” ammaliante. Infatti, Argentina Maria è maestra nel “rivestire l’Idea di una forma sensibile”, come dice Jean Moréas; ha un suo misticismo della parola e della sua disponibilità a intricarsi per rappresentazioni complesse, oniriche e surrealistiche, con un fortissimo sentimento del tempo.
L’impasto è talvolta irruente e disinvolto, nello sposare immagini, sempre però imbrigliato in politi versi, che non dissimulano del tutto l’eloquenza naturale, sciolta e, diremmo, marcatamente femminile.
Endecasillabi classici e versi di ogni misura, in cui sempre spicca una cristallinità del dire e, al contempo, laddove il tessuto si fa più complesso, la compenetrazione della personalità col paesaggio sortisce sorprendenti effetti estetici e significanti assurdi solo in apparenza; un testo che rasenta lo spartito musicale, in cui le sillabe scandiscono distanze di note e quasi scientifici equilibri. Talvolta è appunto il suono che signoreggia, in una sorta di mistica atmosfera. Le rare assonanze e rime interne o in schemi o baciate sono strumentali all’effetto sonoro, e sempre efficaci rinforzi al senso o rivelatori di significato altro.
Le tematiche della solitudine e dell’angoscia sono bilanciate dal costante rapporto fra il sé e il mondo. Ma questo interfacciarsi osmotico, nella prima sezione è romantico, nella seconda di estraneità, male di vivere, con fili d’incombente ombra.
Quando si rivolge a un interlocutore – e ciò accade spesso – questi talvolta sembra il suo ipotetico lettore, altre parrebbe un amore custodito (in ogni caso, sono entità della sua costruenda realtà parallela). Ma la ricerca del dialogo sconfina di là dall’io specchiato, idilliaco o di dissapore che sia: mette in gioco tutta la natura, le intemperie come i quieti tramonti, il proprio corpo, il desiderio; ansia di dialogo con le stesse parole e gli altri elementi del creato, quali “Sono lampi azzurri alcuni fiori” e “Scirocco, Dio dalle antenne rotte”, in cui il Dio universale e lo Scirocco sono sorprendentemente identificati, e le antenne, per il primo che non ci ode, sono soltanto metaforiche. Per la Poetessa, il creato è strumento di parola.
Quando si sarà letta l’ultima poesia, giustappunto un sonetto, si apprenderà con definitiva chiarezza – chiave di lettura – dello spirito di ribellione e della provocazione che percorrono tutta la silloge. Con il verso di chiusura, poi, si attua la sfida di offrire, al lesivo mondo, petto e fronte. La natura s’intende, e dunque il mistero, di ciò che alberga in cuore e in testa di Argentina Maria, il cui vero cognome è di casata antica e onorata, il quale però non siamo tenuti a dire, almeno ora.

Giuseppe Campolo

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