DESTINY di Michele Scalini

Dopo una lunga e sanguinosa guerra, il capitano Connor, ne esce sconfitto e ritorna alla vita civile, cercando il suo ruolo nel nuovo mondo che sta nascendo dalla cenere e dalle macerie. Dopo mesi di vagabondaggio insieme alla sua compagna d’armi, Jenna, torna al suo villaggio d’origine per riflettere sulla situazione, dividendosi dalla donna, che decide di fare altrettanto.
Diventa un cacciatore di taglie e uccide per vivere, ma continua a covare un desiderio di libertà, che si rifà vivo grazie al nuovo incontro con Jenna: acquistare un’astronave da trasporto e viaggiare per la galassia.
Jenna, dal suo canto, si avventura in una tremenda e sanguinosa vendetta per scoprire chi ha ucciso la sua famiglia. Solo quando questa si compie, dopo diverse traversie, può finalmente tentare di ricostruirsi una nuova esistenza con il suo amico Capitano
Acquistata la nave da trasporto, ribattezzata “Destiny”, Connor e Jenna formano un piccolo equipaggio di personaggi fuori dal comune, con l’intenzione di mantenere la propria libertà e restare fuori dai radar della temibile Alleanza.
Si faranno strada attraverso la galassia tra sparatorie, rapine e contrabbando di merce rubata, sotto il naso delle Autorità, fino a quando, ingaggiati da un ex-membro del governo centrale, il capitano Connor e la sua “ciurma” si imbatteranno in un oscuro esperimento che gli scienziati stanno compiendo su di un lontano mondo. Questa scoperta condurrà il Capitano a far riemergere il guerriero che c’è in lui fino a sfidare nuovamente il governo dell’Alleanza.

Nota dell’editore:
Un romanzo apocalittico e avventuroso. Destiny – Avventure ai margini della galassia – ci trasporta in una realtà futura, dove ingiustizia e dominazione la fanno da padrone. Il capitano Connor e il suo equipaggio dovranno affrontare la tirannia dell’Alleanza, i propri demoni personali e la vita del nuovo mondo che sta nascendo. Uno stile incalzante per avventure ricche di mistero e suspense per dare vita ad un romanzo sci-fi interessante. Consigliato agli amanti del genere distopico-apocalittico, delle avventure nello spazio e delle storie ricche di sentimenti veri, quali l’amicizia, la “famiglia”, l’onore del riscatto.

Breve estratto:
La guerra era finita da un paio d’anni. Venni congedato col grado di capitano e iniziai la mia vita da normale cittadino. Otto anni di guerra avevano annullato ogni tipo di umanità in me e avevano cancellato anche il mio nome, in tutto quello schifo un nome serviva a poco, servivano solo la forza e il coraggio di ricominciare a vivere la propria vita, come si faceva prima del conflitto stesso. Tutti mi chiamavano il Capitano. Tutti si fa per dire, diciamo quei pochi rimasti in vita che mi conoscevano e che ancora avevano la cattiva abitudine di parlarmi.
Dopo la guerra, la maggior parte dei soldati e dei civili sopravvissuti ritornarono nelle loro città di origine, armati di speranza, coraggio e grande forza di volontà unirono i propri sforzi per ricostruire quel vecchio pazzo mondo. Altri restarono nell’ambiente militare, serviva qualcuno che tentasse, invano, di mantenere l’ordine nel caos venutosi a creare dopo il conflitto, soprattutto nei pianeti periferici, quindi si allearono con le forze dell’Alleanza per portare e ristabilire la civiltà; altri invece divennero semplici sceriffi nelle città che stavano riemergendo pian piano dalle macerie e dalla polvere. I meno fortunati, o forse erano proprio loro i più fortunati, rimasero negli ospedali, mutilati, feriti gravemente o con il cervello totalmente distrutto dalla pazzia e dalle atrocità viste e vissute. E infine c’erano gli uomini come me, quelli che non riuscivano a trovare la loro giusta collocazione nel nuovo mondo che stava nascendo, quelli che rimanevano attaccati ad un ideale che non c’era più. Quelli che cercavano di sopravvivere, nonostante avessero perso tutto.
Dopo aver girovagato per qualche tempo senza meta e senza scopo, decisi di tornare al mio villaggio, dove ero nato e dove avevo vissuto fino allo scoppio della guerra. Era uno squallido e puzzolente villaggio di pescatori, pescivendoli e alcolizzati, situato lungo la costa sud; un giusto ritrovo per i falliti e per chi volesse cancellare ogni traccia di sé. Il conflitto mi aveva portato via tutto ciò che avevo: la casa, la barca per andare a pesca, il lavoro, anche il criceto mi aveva abbandonato, lui e la sua stupida gabbietta con quella ruota che emetteva un fastidioso cigolio ad ogni rotazione; mi restavano quei vestiti che indossavo e una sacca con alcuni ricambi e oggetti personali. Mia moglie mi lasciò quando decisi di arruolarmi nell’esercito, quando insieme ad altri migliaia di idioti partii per andare a combattere per un ideale di libertà e d’indipendenza che ormai neanche ricordavo più; da allora non ho saputo più niente di lei ed io non l’ho più cercata.
Quando arrivai in quel posto dimenticato anche dai cartografi, incontrai un vecchio amico, l’unico che mi restava tra i civili, l’unico che mi restava in quel posto. Mi ospitò nella soffitta della sua casa; era una stanza sporca, umida e con spifferi che passavano da ogni fessura, anche un topo di fogna avrebbe provato ribrezzo nel vederla, ma a me andava bene, avevo un letto su cui dormire, un tetto sopra la testa e dall’alto della loro casa potevo vedere il mare. Quella distesa liquida, era una pozza d’acqua salata e puzzolente, che venne popolato di pesci in seguito ad un lungo processo di terra formazione diversi anni prima, piena di escrementi e con centinaia di cadaveri sui suoi fondali, ormai era più un cimitero che un mare in cui pescare. Avevo bisogno di riflettere e quello schifo lontano da tutto mi sembrava perfetto per lo scopo, in fin dei conti era sempre meglio dei posti in cui dormivo durante la guerra, quando riuscivo ad appisolarmi tra un’esplosione e l’altra.
Il tizio era sposato da qualche anno con una donna non troppo alta, magrolina, coi capelli sempre sporchi e unti, la sigaretta spenta in bocca, un grembiule lurido e mal ridotto; aveva un alito così pesante da far dimenticare il puzzo di pesce marcio che c’era nell’aria. Con lei avevo un buon rapporto. Era sempre gentile e rispettosa, mi accolse nella sua casa senza fare storie. Al mio arrivo non disse niente, mostrava un’insolita timidezza nei miei confronti, ma dopo un paio di giorni iniziò a manifestare dell’interesse nei miei riguardi; aveva un modo molto femminile per salutarmi quando uscivo e quando entravo nella loro casa. All’uscita mi scagliava addosso frasi tipo: «Ehi tesoro, cambia la serratura, il relitto sta uscendo»; «Bene, per qualche ora non sentiremo la tua puzza»; «Torna alla tua fogna, è lì che devi stare.» Anche al rientro era solita accogliermi con la solita gentilezza: «Quel pidocchio è tornato, la giornata di merda non è finita»; «Non pensavo che saresti rientrato così tardi, avresti potuto mangiare gli avanzi della cena, se ci fossero stati»; «Cazzo, ma nessuno ti ha messo una pallottola in fronte e posto fine alla tua schifosa e inutile vita?!»
Mi adorava!

 

 

 

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