CHI HA CONOSCIUTO BOSCO NEDELCOVIC? di Samideano

PREFAZIONE

“Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?” è romanzo atipico, sorprendente in ogni capitolo, in ogni pagina, con personaggi speciali e fortemente caratterizzati, sempre interessanti. Voli cronologici e geografici, fervida immaginazione e puntate nel surreale, orchestrano una sorta di malia espressiva, in un clima di spiritualità panica che sviluppa accenti di autentica poesia.
Qui il crociano canone dell’unità di stile viene sfidato e confermato insieme. Vi sono inglobati racconti di ben quindici autori diversi, in tutta la loro peculiare varietà; eppure, magistralmente uniti da un refe dalla cucitura fantasiosa e sicura, diventano un unico corpo narrativo solido ed esemplare, ricco e originale. Come se la realtà fosse esplosa nelle sue contraddittorietà e poi ricomposta demiurgicamente in un cosmo nuovo. Un esperimento letterario rischioso e perfettamente riuscito, con brivido, come un triplo salto mortale. Giuseppe Campolo, che ne è il tessitore magico, non è nuovo a queste sorprese avvincenti e non soltanto letterariamente trasgressive.
Ammirevole come, nel contesto rigorosamente narrativo e nei gustosi dialoghi, siano amalgamate, con misurati e lievi accenti lirici, riflessioni che toccano, con precisione critica, aree che definiremmo sociali, filosofiche, metafisiche; e ciò senza ombra di retorica, di espressioni scontate, ma con raffinato virtuosismo stilistico. Persino là dove, per frantumazione mentale, sconfina in aree che siamo soliti concepire astrattamente e nebulosamente, ci raggiungono visioni di altri spazi coscienziali e supermondi in vere e proprie sequenze cinematografiche con effetti speciali.

Amerigo Iannacone

 

ESTRATTO

1

Un appello impastato di nostalgia e di speranza, una sorta di preghiera a ignoti, riecheggiò su internet per un tempo esteso, lanciato da un signore sconosciuto a Facebook: un certo Samideano. L’appello costituisce, per cosí dire, l’incipit della storia che qui si narra, e pertanto lo riportiamo fedelmente. Eccolo.

 

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri.

Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.

La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di particolare sensibilità e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse.

Quale influenza abbia esercitato sulla primaverile mia mente e sul modo di sentire, la frequentazione di tale serenissima signora, è una storia lunga, delicata e complessa, anche se non posso affermare sia un’altra storia, come si usa dire quando si vuol tacere. È un intreccio che ancora dipano nel brusio non so di quanti e quali piani della psiche.

Mi domando se mai Bosco sia ritornato. Se ancora adepti, o illuminati che qui abbia lasciato, coltivino come me una nostalgia di quella società che egli credeva possibile e che, di là dell’unico esempio della giornalista, non ho mai, in nessun altro umano, visto comparire. E piuttosto constato come le libertà degli individui siano sempre piú in contrasto, e dunque di segno opposto, a quelle da Bosco proiettate. Forse Bosco Nedelcovic era pseudonimo coniato, cosí oso credere, da colei che m’insegnò a slacciare interne tensioni e che forse è ormai per tutti perduta. Oppure egli era un profeta inascoltato, che poi si volse a vita ascetica. La scomparsa di entrambi mi lasciò alieno; e fu come la dichiarazione universale che, per noi, qui, non c’è speranza. Ed è, questo, come tutti sanno, luogo di violenza e degrado. Pessimismo che lacera radici di vita e contro il quale eccomi ancora a combattere. Qualche volta, arrivando a dubitare dei passati accertamenti, torno a bussare alla porta di Sandrina. E trovo sempre incomprensibile che nessuno la ricordi, come inaccettabile che mi dia la stessa disperazione.

Vorrei poter dire: Bosco Nedelcovic non ci ha mai lasciati o, al peggio, è tornato.

Vorrei poter andare sulle tracce della sua identità e del suo insegnamento. Se qualcuno avesse conosciuto Bosco o Sandrina, o ne avesse udito parlare, non me lo taccia ancora. E chi dovesse custodire anche una sola frase a loro attribuita, graziosamente me ne renda partecipe.

samideano@hotmail.it

Bisognoso di stancarsi, Samideano esce nel vento, a una luce senza sole; ulula e fischia arrabbiata la pineta, il vestito floscio sbandiera; non si vede alcun uccello; un gatto certosino guarda ladro, da dietro un ciuffo d’erba tormentato, con i suoi occhi giallo scuro e maculati. Estranea è la natura, impensierita e arcana; difficile ogni comprensione. All’uomo magro e scavato, mentre scollina, pare che la coscienza vaghi come aliante che non avvista atterraggio, volteggi sul credibile e l’assurdo, sul dramma ritenuto un gioco. Che farne di tante risposte, le pietose e le crudeli? Velenose verità, sacrileghe menzogne, messaggi di sconforto.

Giú il margine dell’isola fatto grigio è segnato da pennellate bianche; in alto l’orizzonte s’affaccia sul nord indecifrabile, chiuso da un bordo d’ostrica; oltre il mare, la vita abbandonata palpita o si estingue; personaggi infidi lavorano per svuotargli il cuore. L’ultima sferzata in faccia di sabbia umidiccia e subito silenzio; poi brontolii di tuoni da oltre quel confine della distesa d’acqua che separa il passato, l’Europa e il mondo; baluginii e ancora mormorii, pensieri inquieti in attesa della pioggia. Fredde, silenziose, minute, lievi le gocce; quieta angoscia imprecisata e muta, preludio di scrosci inesorabili; imperversare del destino senza resa.

Non si è stancato, solo bagnato. Il camino ora divora i ceppi in calde fiamme; l’uomo picchia sulla tastiera; la stampante sputa fogli; li raccoglie, leggiucchia in piedi, si accomoda sul divano dirimpetto al fuoco; legge cupo.

BOTTEGA DI VIA RIGA

Alle nove in punto la serranda della libreria antiquaria di Via Riga si alza rumorosamente.

Come ogni mattina l’anziano proprietario, il signor Gustav Keller, attacca al vetro il cartellino con la scritta “aperto” prima di dedicarsi all’allestimento della vetrina.

La libreria tratta edizioni rare e antiche destinate soprattutto al ristretto mercato dei collezionisti. I clienti occasionali difficilmente entrano a curiosare.

Il giovane aiutante è intento a spolverare gli scaffali e ogni tanto emette uno strano sbuffo simile al sibilo di un serpente. Si muove con sorprendente rapidità.

«Evan» grida il signor Keller «hai preparato il pacco da spedire all’avvocato?»

Il ragazzo si volta e un lampo crudele accende il suo sguardo.

«Gustav, mi preoccupi. Ne abbiamo parlato ieri sera e mi sembra di ricordare, anzi ne sono certo, di averti detto che l’ho consegnato personalmente.»

«Volevo assicurarmi di aver capito bene. Comunque ti consiglio di non rispondermi mai piú cosí.»

Il libraio si toglie gli occhiali, li ripone nella custodia e con un balzo straordinario per la sua età si avvicina al giovane.

«Attento Evan» torna a dire Gustav «potrei pentirmi di averti scelto come aiutante e mandarti via. Prima che io termini il mio incarico tu dovrai ubbidire ancora a lungo.»

Evan si inchina pronunciando frasi incomprensibili.

Il suono del campanello attaccato alla porta della libreria li avverte che qualcuno è entrato.

Un signore, di altezza superiore alla media, vestito elegantemente, si avvia al centro del locale.

«Buon giorno. È lei il proprietario della libreria?» chiede rivolgendosi all’anziano signore.

«Sono io» risponde Gustav presentandosi. «Come posso aiutarla?»

«Sto cercando un libro assai raro, forse addirittura introvabile, sul mistero del cerchio degli angeli. Ho fatto alcune ricerche e so che una versione latina – scritta dal monaco Bellarmino – è stata acquistata tanti anni fa da un libraio di questa città. Lei è la mia ultima speranza, perché gli altri due a cui ho chiesto mi hanno detto di rivolgermi altrove.»

Gustav ed Evan si avvicinano all’uomo e nei loro occhi, per un attimo, non c’è più luce.

«Il libro che cerca potrei procurarglielo, signore, ma prima mi necessita sapere perché è interessato all’argomento.»

«Davvero lei… ma questo è un miracolo!» esulta l’uomo eccitato.

«Non ha risposto alla mia domanda» ribadisce Gustav.

«Per il Potere che vi è connesso, voglio quel libro. Quando appresi dell’esistenza di quell’antico manoscritto, mi promisi che l’avrei trovato, a costo di denaro e tempo. Mi dica, ce l’ha qui?»

Gustav, senza rispondere, prende la chiave che tiene appesa al collo e apre un piccolo schedario. Le sue lunghe e scheletriche dita scorrono rapide sui cartoncini ingialliti che vi sono custoditi. Quando si ferma ne estrae uno e lo mostra al cliente.

«Sí, è ciò che sto cercando. Dov’è il libro?»

«Io tratto da sempre rarità con la cautela di assicurarmi che ciò che vendo vada nelle mani giuste. Sono io che decido se e quando cedere un libro e, mi creda sulla parola, non è mai una questione di denaro. Potrà trovare la cosa strana e fastidiosa ma il mio attaccamento ai libri non può essere compreso da chiunque. Si fidi di me e otterrà ciò che vuole.»

Evan assiste silenzioso al dialogo tra i due mentre un sibilo accompagna il suo sorriso malvagio.

«Ho bisogno di sapere se me lo venderà oppure no. Sappia che posso pagare qualsiasi cifra.»

«Signore, lei dovrà compilare una scheda e rispondere ad alcune domande prima che io prenda una decisione. Si sieda, la prego.»

Gustav sembra essere piú impaziente del cliente.

«Il suo nome?» chiede Evan pronto a scrivere.

«Bosco Nedelcovic.»

Evan e Gustav si immobilizzano e un silenzio irreale cala improvviso.

«Bosco Nedelcovic di anni?» chiede Evan con voce stridula.

«Settantadue.»

«Lei è già stato nel mio negozio signor Nedelcovic?» domanda Gustav, fissando l’uomo negli occhi.

«Sí, ma non ho acquistato nulla allora. L’affare non si concluse.»

L’ombra di Gustav si allunga sulla parete prendendo strane forme minacciose.

«Quindi lei è lo stesso uomo che tanti anni fa venne nella mia libreria. Sto invecchiando, avrei dovuto riconoscerla.»

«Sono io, ma questa volta voglio portare a termine l’affare.»

Gustav si volta verso Evan e gli rivolge un misterioso cenno con la mano.

«Sieda qui e mi attenda un istante» impone il libraio. «Devo verificare una cosa e torno da lei.»

Bosco Nedelcovic si accomoda sospirando. Ha freddo, ma non intende lamentarsi.

Nel retro della libreria c’è una stanza le cui pareti sono tinteggiate di nero. Al centro, una sedia di legno intarsiata, troneggia solitaria.

Gustav si siede e l’aiutante si accovaccia ai suoi piedi.

«Oggi avremo l’anima di Nedelcovic, mio caro Evan, perché questa volta non lo lascerò andare. Pur di averla… sono disposto a cederti il mio posto prima del previsto.»

Evan resta in ascolto sibilando rumorosamente. Vorrebbe ribadire che, se gli uomini scoprissero il segreto, per loro due sarebbe finita. Invece tace.

Da anni attende quel momento e forse il suo periodo di apprendistato sta per finire.

Di questo è consapevole anche Gustav, cosí come è consapevole che non può permettersi di lasciar andare Bosco Nedelcovic.

«Ah, questa volta non mi farò coinvolgere dalle chiacchiere di quell’uomo, uno che crede nella libertà assoluta fino a commettere crimini, dal suo senso di libertà che infetta chi lo ascolta. Io lo porterò con me e lo terrò cosí stretto che non potrà fuggire. Dove andremo non ci sarà nessuno disposto a sorreggere le sue fantasie e neppure a scendere a compromessi filosofici. Vagherà condannato al silenzio. Per questo è tornato!»

Evan ha ascoltato lo sfogo senza interrompere.

«Dovrai cavartela senza di me, Gustav» dice Evan acido. «Questa volta soltanto uno di noi potrà restare e io credo che per te sia giunta la fine. Ho tenuto il conto e ci siamo quasi». Ancora un sibilo.

Il libraio si alza e solleva improvvisamente il giovane con una mano. La sua forza è inaudita. Evan sbatte sul soffitto mentre Gustav resta a guardare divertito il suo volo.

«Sono troppi anni che ti sopporto. Sei il mio successore, ma ricordati che il mio posto dovrai guadagnartelo. L’uomo seduto di là è troppo importante per me, quindi lasciami condurre la trattativa a modo mio.»

«Non puoi consegnargli il Mistero del cerchio degli angeli, ci distruggerai entrambi» grida Evan intuendo le sue intenzioni.

«Sono le sue idee che distruggono» afferma con rabbia Gustav.

Bosco Nedelcovic attende senza impazienza. È entrato nella libreria con la certezza di compiere il suo destino e non andrà via prima. In un’altra occasione ebbe in regalo vent’anni di vita ma adesso non vuole andare avanti. È malato e barattare quel che resta della sua esistenza gli consentirà di porre fine alle sofferenze. Però non dovrà tradirsi né cedere alla tentazione di confessare il suo stato di salute. Sa che la morte non può essere gabbata due volte.

Gustav appare all’improvviso.

«Eccomi signor Nedelcovic, mi scuso per aver impiegato tanto tempo a cercare il volume di suo interesse, ma il mio aiutante è molto disordinato e l’aveva messo nel posto sbagliato.»

«Non si preoccupi per me signor Keller, il tempo è l’ultima delle mie preoccupazioni.»

«Dunque, torniamo alla scheda da compilare. Vediamo, sí, ecco qui. Devo riempire questo spazio vuoto scrivendo qualcosa sulla sua vita, e per fare questo lei mi deve raccontare che cosa ha fatto dall’ultima volta che è stato qui. Non tralasci nulla, signor Nedelcovic, per me tutto è importante.»

Ora sono uno di fronte all’altro ma nessuno dei due osa guardare apertamente.

Un ghigno sottile inarca le labbra di Gustav Keller.

«Alcune informazioni che la riguardano, signor Nedelcovic, sono già trascritte, ma vent’anni di vita da raccontare sicuramente ci impegneranno alcune ore. Desidera una tazza di tè caldo?»

L’uomo sospira allungando le gambe.

«Un tè lo gradisco volentieri. Possiamo cominciare.»

«Lei sa chi sono io?» chiede Gustav strofinandosi le mani.

«Credo di averlo intuito, ma la certezza arriverà soltanto quando avrò il mio libro. Non è cosí che avviene il baratto?»

«Come ha capito?» chiede incuriosito Gustav.

«Ho vissuto circondato dall’odore della morte e ho imparato a riconoscerlo.»

«Non ha paura?»

 

 

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