IL GIARDINO DELLE PAROLE di Rosalba Spagnolo

PREFAZIONE di Beatrice Sacchiero Gelmi

Dopo l’esordio con Fantasia, memorie e silenzi, ecco la nuova raccolta di Rosalba Spagnolo: Il giardino delle parole, un titolo che rivela una concezione poetica precisa, tratto, non a caso, dalla lirica intitolata “ Poesia”
E’ la poesia
un fiore raccolto
nel giardino delle parole.
Sillabe come petali
venuti fuori
da un sipario silvano.
Teorie di versi
legati in un nodo indissolubile,
un’eco rimandata
da un fondo cadenzato,
approdo di ogni armonia,
in un suono che diventa respiro.
Ecco che il poeta è colui che sa cogliere, sa scoprire qualcosa di cosmico, di ancestrale, sa ascoltare una musica che attende solo di tornare a vivere nella composizione di chi, sapendola riconoscere, ne ricrea la forma, ne ripropone l’essenza, ne riproduce l’armonia. E la poesia è il fiore nato da questa cura attenta, paziente, di giardiniere che si è messo in ascolto delle profondità dell’anima, accordando il proprio respiro al respiro della terra…
“Poetare”, ai versi “quando la poesia ti pretende/ e uno spirito/ soffia” rivela che il poeta è un vas, raccoglitore, ricettacolo, strumento ispirato, soggetto passivo, abitato e agito dalla poesia, che lo guida e conduce al tripudio, alla gioia dell’anima…
E “Lasciate che io scriva” scopre infine che la poesia, scavo privilegiato verso il profondo, rende possibile comunicare ciò che ”l’anima nasconde anche a se stessa”.
Rosalba Spagnolo ci promette e ci regala tutto questo con la sua lirica apparentemente sommessa dove non sono ricercate le parole in sé, ma prezioso è il loro accostamento capace di generare figure (le corolle dei fiori) come le sinestesie: polvere di ghiaccio e silenzi di cristallo (in Galaverna); blu di velluto della notte (in I colori del cielo); giallo acre di zolfo (in Sicilianità); notte di salsedine e d’argento (in X agosto); come le suggestive evocazioni: “Luna rubata al silenzio”; ”le serrande delle palpebre”; “ tempo senza vento”; ”quel grappolo di case color caramella” o come la personificazione de “il sorriso dei mandorli”, de “I fiori degli ippocastani rivolti all’insù” o di quei ”filari depredati,/ sgomenti/ nell’ultima luce / di un sole ottobrino./ Inaspettato e stanco”; o come la gestualità di certe immagini: “il tramonto accende l’aria”; “la nebbia regala alle cime collari da Pierrot”; ”l’aria dolce/ respira il verde degli alberi/ e il cielo pigro/ si appoggia sulle magnolie”.
Sempre in una situazione di ricerca, (guardo avanti/ con l’anima tra le mani,/ come una lanterna….) ella si vive a metà tra cielo e terra come: “in piedi sull’arcobaleno” ponte per arrivare a Dio (che ricorda l’anelito alla “voce di Dio” in “Silenzi a Foppolo” o la singolare “Preghiera” della citata raccolta Fantasia, memorie e silenzi); si percepisce in bilico tra compiutezza e imperfezione: aspettavo di essere spiga/ mentre ero un seme/ che macerava…; o anche: Ma le nostre ali erano di cera / e noi/ volevamo arrivare vicino al sole.
In: “Illusione”: … Cercavo il mare/ e ho visto una pozzanghera; si descrive su un crinale tra sogno e realtà, (Sogna che ti passa) nel dubbio se identificarsi in un gabbiano o in un aquilone, se essere più vicina alle stelle o alle lampare, e si rifugia infine nella fantasia e nella favola, guardando alle nuvole come: fiocchi d’ovatta/ non so che forme di orchi o di fate; o consolando il suo cuore donandogli/ un forziere a tre punte, (Dono) o scendendo verso la fonte/ a cercare la pentola d’oro/ nel nascondiglio degli gnomi (Arcobaleno) o ancora fermando il mondo per: salire/ su un cocchio d’oro…
Tra le sue figure retoriche è prevalente il contrasto (che è anche il titolo di una poesia) come in “Sottovoce”: anni come minuti, e attimi senza fine; o in “Specchio”: i miei visi di bambina/ i miei visi di donna, o in “Come eravamo”: Come eravamo ieri/ così inquieti/ nella nostra pelle/ E come siamo ora/ ancora inquieti/ nelle nostre scarpe… che nel gioco simmetrico con l’analogia crea spessori di significato e connotazioni a livelli sempre più profondi. Anche la tematica del tempo è visitata con questa complessità dialettica dove convivono un passato vissuto con la nostalgia struggente del ricordo e un futuro affrontato con il coraggio e l’entusiasmo del nuovo.
Riconosciamo infatti nei suoi versi una presenza costante della Sicilia, sua radice e linfa vitale, e non solo nelle liriche ad essa dedicate come “Messina mia” o “Che ne hai fatto?” Ma anche nell’imprevisto accendersi di un colore o un profumo: Tra mandorli e papiri/ e luce bianca/ sulle case calde di sole; nell’affiorare di un ricordo: la pelle ricorda/ il vento di scirocco(….) la pioggia di glicini/ sul pergolato della casa di fronte (I ricordi del cuore); nell’improvviso ri-emergere del mare: onde che si frangono/ in lontananza; schiume e soffi di brezza, scogliere e risacche, ricami di corallo/ e morbide spiagge dorate; mare che si fa metafora stessa della vita: la chiglia/ della mia barca/ solca/ le onde/ di un sogno/ e mi racconta/ i segreti del mare; negli echi mitici di una cultura che non muore, (la presenza degli dei in “Stromboli”), nelle tracce di eredità/ fenicie e saracene/ arabe e normanne (Sicilianità) e nel rimpianto infine di una patria abbandonata e permalosa, che non è più ormai la sua provincia babba; il porto sicuro, d’infanzia, di grembo materno….(Forse perché)… ma la vediamo aprirsi al nuovo ed al diverso, con la grazia di chi sa vedere la bellezza anche nella galaverna e nelle brume di Bergamo o negli urli scomposti di un vagabondo di Città Alta, di chi sa appoggiare il suo sguardo puro su scenari inconsueti e immergersi con i sensi, distillandone gocce di poesia, anche nei luoghi più lontani, la Florida, per esempio, il Key West e soprattutto le Everglades, dove leggiamo alla fine: l’alligatore immobile continua a fissarmi. / Inquietante.
Intenta sempre a scoprire e a indagare, Rosalba sa scavare in profondità e cogliere emozioni autentiche, sa guardare il mondo con gli occhi di una bambina, che non ha dimenticato le favole, ma è anche la donna che sa trovare la bellezza nei gesti semplici d’amicizia e di condivisione ( Una stretta di mano), che non ha smesso di stupirsi anche nei ritmi della quotidianità, (Risveglio), che ci comunica i suoi vissuti di pienezza e d’amore, (Così è; Concerto di rane; Altalena) pur con la delicatezza e la cautela di chi allude più che dire, di chi suggerisce, per non sciupare i petali teneri dei suoi “fiori”, di chi bisbiglia per non fare invidia al cielo; e con lo stesso riguardo tratta il dolore e l’amarezza senza mai perdere la serenità, a volte dolce, della sofferenza; Ho regalato una rosa/ al tuo dolore/ quando ho mutato/ una lacrima in sorriso (Per mano). Nella sua lirica, persino la morte perde la sua crudezza e la sera/ disegna il cielo/ con voli di rondini/ mentre mia madre dorme/ la sua notte senza fine./ Sognerà sotto il bruno velluto/ delle sue ciglia? (Dolore), mentre in un piccolo cimitero di campagna: respira appena fra le selci,/ un po’ di selvatico, d’ortica./ Cantano gli alberi/ una ninna nanna/ di foglie stormenti/ e di nidi ridestati/ da una dolce stagione,/ ma piano,/ per non turbare il tuo sonno./ Finalmente quieto, Silvana.
E infine una parola sulla musicalità, sottile e intima, da cercare in una continua rispondenza interna, fatta di pause, di riprese, di anafore (frantumi, in “Sogna che ti passa”) di variazioni, in un incalzare di ritmi che approdano sempre in clausole felici, su cui finalmente appoggia e si calma il respiro….

 

 

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