UNA COPPA ROVESCIATA di Argentina Maria Scardamaglia

Argentina Maria Scardamaglia: “Una coppa rovesciata”.
Nata in Falerna, sui monti calabri, vive ora a Ligornetto, in Svizzera.
Avevo letto nel 2017 “Poesie nell’arte e frammenti di vita”, raccolta affidata allo stesso editore, in cui le sue intime vicende si intrecciavano a dipinti e costrutti di vari artisti.
Vincitrice nel frattempo di premi di poesia, tra cui spicca “Poesia da tutti i cieli”, pubblica ora questa seconda silloge, accurata e accattivante.
Una coppa rovesciata contiene cinquantaquattro liriche, scelte fra le tante composte nell’ultimo anno, giacché è oltremodo feconda.
Ella è un esempio di quelle personalità che approdano alla poesia e alla letteratura (scrive attualmente un romanzo), non per indirizzo preordinato di studi, ma per l’intima necessità di acculturarsi ed esprimersi, e per inclinazione innata. Così ha spesso approcci originali e gustosi, forza evocativa e senso scenico.
Eviterò, nel tentarne l’esegesi, di riportare, sia pure fra virgolette gentili ma con le orribili barrette di stacco fra i passi musicali, sfruttandole per una sorta di jus primae noctis del critico, le sue stesse parole affilate e dolci, tremende e generose. Esse, inaudite, devono sorprendervi, ammaliarvi, torturare e spezzarvi l’anima con la loro forza, che si sprigiona quasi a tradimento. Cioè, del suo coniugare termini bui o grigi per trasmutarli in improvvisa fiaccola, non farò citazione alcuna, che a me pare svilisca i versi nell’isolarli dal contesto: camminare sul filo mi pare il giusto omaggio per questa poetessa, donna, enigma didascalico della creazione, che si scruta oltre la struggente ansia di patria, e così e del pari s’immerge nel sociale contesto, fin nella cattiveria nascosta in seno all’amore.
È sorprendente come, negli atteggiamenti che mutano da composizione a composizione, ogni espressione si faccia simbolo, in immagini che sorgono nuove anche dal lessico più consueto.
Dalle pastoie di un presente privo di verità, tedioso e doloroso, l’Autrice ascende alla gioia con splendore, o discende a movenze quotidiane e al più limpido fraseggio, lei che spesso lo complica, quasi per sviarci, sfociando talvolta in ardita, concreta, sensuale e inequivocabile figurazione, che pur diventa eterea, destabilizzando il sotteso tessuto narrativo e le modalità stilistiche, attingendo così a un superiore, dinamico equilibrio.
Con caparbietà regge ogni incontro con l’amarezza e dà colore e sostanza alle assenze con imperio caratteriale e visionario, mentre, come per tentare di concepire qualche geniale via d’uscita, dialoga con se stessa e un alter ego, le cui due facce specularmente opposte alludono a una persona reale o due, finzioni sceniche, addendi della sua drammaturgia, non so, oppure alle contrapposte ali del tempo. Appaiono maschere del male e del bene, dell’opprimente e del desiderabile, del terrestre e del sublime, della ripugnanza e del desiderio, del dissesto e dell’armonia, del qui e dell’altrove.
Onnipresente certezza infatti, e che elude ogni ambiguità ingenua o scaltra, è l’anelito della bella prigioniera a definitiva evasione, o almeno a un suo concretizzarsi in un mirabile momento. Condizione sottolineata dai titoli delle sei sezioni in cui è diviso il libro, a testimonianza di una maturata lucidità, oltre che emozionale, anche razionale e critica. Titoli che sono versi anch’essi, maliosi, e segnano come le riprese di una partita giocata con la poesia, con il piacere e la pena.
L’impasto lessicale tende a suggerire altri piani di significati, ci avvicina le emozioni, le potenzia fondendone più d’una. Questa compenetrazione è favorita o provocata dalla sparizione adattativa e occasionale della punteggiatura. L’Autrice pare voglia anche simulare l’ondeggiamento delle sensazioni, il vacillamento della ragione, l’incertezza del sapere, oltre a profondere impegno per la loro esplicitazione nelle movenze poetiche.
I versi sono del più vario metro, con qualche predilezione forse per l’endecasillabo, nella cui misura esclusiva sono composte alcune liriche. Talvolta vi è un gioco di alternanze metriche, a ben guardare precise, che per lo sciolto suono sfuggono a tutta prima, e sono come nascoste trame di assonanze.
Giuseppe Campolo

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